Ti faccio gli auguri! Hai appena perso la fidanzata, l’appartamento e quel poco di rispetto che mi restava!

«Nadja, firma adesso. Mancano venti minuti alla registrazione.»

Stavo davanti allo specchio nella piccola stanza della sposa, dove l’aria sapeva di lacca, profumo altrui e rose fresche. Fuori pioveva a luglio: la pioggia batteva sul vetro e lasciava scie sottili, mentre sul davanzale c’erano due spille che non riuscivo proprio a sistemare nel velo.

Raissa Lvovna mi porse un foglio bianco, piegato con cura nell’angolo. Nell’altra mano teneva una penna con il cappuccio dorato.

«Che cos’è?» chiesi.

Sorrise con quel tipo di sorriso che hanno i venditori quando sanno di proporre un oggetto difettoso, ma il cliente è ormai quasi convinto.

«Una semplice intesa familiare. Stanislav te l’ha spiegato.»

Stas era alla porta, in un completo blu scuro, elegante e rasato di fresco, con la boutonnière appuntata al bavero. Ero stata io, quella mattina, a fissargliela, scherzando sul fatto che temesse di pungersi più che di sposarsi.

Adesso però non sorrideva più.

«Nadja, non ricominciare», disse. «Abbiamo già parlato di tutto.»

«Abbiamo parlato del fatto che dopo il matrimonio saresti venuto a vivere da me», risposi. «E che tua madre non sarebbe stata offesa. Il resto l’hai discusso senza di me.»

Raissa Lvovna alzò appena un sopracciglio.

«Che tono duro. Stanislav, te l’avevo detto: bisognava chiarire tutto prima, con fermezza.»

Posò il foglio accanto alla scatola delle fedi. Non sembrava neppure un vero documento legale, ma piuttosto un laccio preparato per stringermi proprio prima della cerimonia. In poche righe si diceva che, dopo il matrimonio, avrei dovuto vendere il mio appartamento e destinare il ricavato all’acquisto di una casa più grande per la nostra “nuova famiglia”. La casa sarebbe stata intestata a Stas. Perché, non era spiegato. Evidentemente si presumeva che dovesse bastarmi.

Guardai il mio riflesso. L’abito bianco mi stava perfettamente. Era naturale: l’avevo cucito io, di notte, quando in laboratorio tacevano le macchine da cucire e potevo occuparmi finalmente di me stessa. Avevo scelto il pizzo delle maniche con estrema pazienza. Avevo rifatto due volte la vita.

In quel vestito non c’era nulla di casuale. A parte, come si scoprì, lo sposo.

«L’appartamento è stato comprato da me, prima di conoscere Stas», dissi. «Non ho intenzione di venderlo.»

Stas si staccò dalla porta e si avvicinò.

«Nadja, basta aggrapparti ai tuoi muri. È un bilocale. Davvero vuoi vivere lì per sempre?»

«Non sono contraria a una casa più grande. Sono contraria al fatto che qualcuno venda la mia per intestare tutto a te, seguendo le istruzioni di tua madre.»

Raissa Lvovna sospirò.

«Lo faccio per il bene di tutti. Ho le gambe malate, stare sola è pesante. Stanislav è mio figlio unico. E tu, come moglie, dovresti pensare in modo più ampio, non solo ai tuoi fili e al tuo angolo accanto alla finestra.»

Il mio “angolo accanto alla finestra” era il posto dove tenevo la vecchia macchina da cucire in ghisa, ricevuta con il mio primo vero incarico. Lì avevo orlato cappotti, cucito grembiuli scolastici, sistemato abiti rovinati e, piano piano, messo da parte i soldi per comprare il mio appartamento. Piccolo, testardo, mio.

«Se il primo punto è storto, dopo tira tutto il resto», mi aveva insegnato una volta la mia prima maestra. «Meglio scucire subito che piangere sul tessuto rovinato.»

Allora pensavo parlasse di vestiti. Invece, quel giorno, capii che parlava della vita.

Stas prese la scatola delle fedi, aprì il coperchio e fece ruotare il mio anello tra le dita.

«Basta con questa scena. Esci, sorridi, ci sposiamo e poi a casa ne parliamo con calma.»

«A casa?» ripetei. «In quale casa?»

«Nella tua. Per ora.»

Quel “per ora” fu l’ultima goccia.

Presi l’anello dalla sua mano, andai verso la finestra socchiusa e guardai giù, dove le auto degli invitati brillavano sotto la pioggia.

  • Non avrei firmato.
  • Non avrei venduto il mio appartamento.
  • Non avrei sposato qualcuno che mi voleva comoda e in silenzio.

Raissa Lvovna fece un passo avanti.

«Che cosa stai facendo?»

Mi voltai verso di loro: verso la donna che aveva già arredato mentalmente la mia casa, e verso l’uomo che pensava che un anello bastasse a cambiarmi.

«Congratulazioni! Avete appena perso la fidanzata, l’appartamento e quel poco di rispetto che mi restava!» dissi, lanciando l’anello fuori dalla finestra.

Il metallo urtò il bordo di latta, tintinnò e sparì nel verde bagnato sotto il vetro.

Stas impallidì.

«Sei impazzita?»

«No. Finalmente mi sono svegliata.»

Nel corridoio incontrai la mia amica Ljuba, che capì tutto dal mio viso e da quello di loro due, senza bisogno di spiegazioni.

«Vieni», disse soltanto.

Poco più in là c’era mia madre. Mi guardò, mi aggiustò una ciocca ribelle e domandò piano:

«Ti ha ferita?»

Annuii.

Lei mi prese con dolcezza per il braccio.

«Allora cambia vestito. Con gli ospiti parlo io.»

Una cosa era chiara: quella non era la mia famiglia futura. Quella era soltanto una porta che si era chiusa prima ancora di aprirsi.

In sintesi: Nadja sceglie se stessa, difende la propria casa e interrompe un matrimonio costruito sul controllo. A volte, l’atto più coraggioso è dire basta al momento giusto.

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